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Caos
quello che percepisci, silenzioso e strisciante, nelle atmosfere
ipertrofiche di Luisa Raffaelli. Forse millenaristico, apocalittico,
definitivo
o forse il normale delirio di cui ormai non ci
accorgiamo se non con nuove percezioni visive
comunque un
caos che si insinua sotto maschere mimetiche, avvolge il quotidiano,
i corpi, le forme del vestire, il design dinterni, le strade
Un caos vitale, comunque lo si veda. Che nulla condivide con un
altro caos, quello di una bulimia propositiva (la figurazione odierna)
dove gli approcci irrisolti confondono la visione al fruitore debole.
Un caos da cui sempre meno artisti riescono a tirarsi fuori. Incapaci
di alimentare un archetipo di salvataggio (chiamiamolo anticaos)
che sia ben congegnato per forma e impianto teorico. La Raffaelli
mi sembra, invece, sulla giusta via, facendo unarte che vive
di caos (interno ai temi e modi narrativi) e anticaos (interno alla
grammatica): il primo (caos) di carattere connotativo, gestito come
regolatore che alimenta la visione; il secondo (anticaos) di carattere
denotativo, diviso tra sintesi, riconoscibilità e coerenza.
Dal bilanciamento finale risulta una pienezza armonica, un processo
entropico che delinea immagini dense. Opere funzionanti, per capirci.
A voi scoprirle, possibilmente senza caos.
Anticaos
antidoto naturale che alcuni artisti detengono per spontanea
attitudine creativa. Materiale resistente di uso complesso, adatto
per combattere vari malanni figurativi. Elemento che non si compra
nè inventa. Vive in relazione diretta col caos gestibile.
Quando funziona in chiave creativa, non presenta alcuna scadenza
temporale.
Luisa
Raffaelli ci trasferisce in un giorno di ordinaria follia urbana,
tra accenni implosivi e antagonismi agonistici, movenze straordinarie,
paura premurosa e senso dattesa prolungata, posture in timida
difesa o decisivo attacco. I contesti sono stanze mirabili o città
che pulsano per sangue caldo e adrenalina montante. Una donna (più
di una, più mascheramenti, più modifiche della stessa
figura?) domina la singola scena, ha capelli rossi, abiti scelti
con gusto contemporaneo, accessori altrettanto adeguati allo stile
generazionale. Sembra sul punto di massima tensione emotiva, non
ne capiamo la ragione apparente ma qualcosa si condensa nellatmosfera
che la circonda. Lei è la nostra donna rossa, una
femmina sensuale con abiti dal design elaborato, gonne sbuffanti,
sandali e décolleté dal tacco alto, biancheria fetish,
corpetti e maglie trasparenti, giacche di taglio sartoriale, abiti
di scuola giapponese, accessori e gioielli ben abbinati. Vive nel
perfetto contrasto tra il suo vestire e un ambiente di caos vigile.
Sembra caduta da un altro pianeta sopra luoghi che la respingono
mentre lei reagisce, spinge per liberarsi, corre, cerca aiuto, resiste
fisicamente. Vorrebbe uscire dallinquadratura, magari salvarsi
da sguardi morbosi. Sta lì ad incriminare inconsciamente
il nostro voyeurismo. Di certo ha un futuro, anche se indecifrabile
con gli strumenti del rapporto causa/effetto.(...)
Lartista è la protagonista in scena? Giunti a questo
punto, toccato il rapporto tra individuo e proiezione collettiva,
sembra superfluo specificare lidentità in campo. Perché
Lei, chiunque sia fuori dalla manipolazione digitale, rimane larchetipo
raggiunto di una condizione dubbiosa, impaurita, ferocemente debole
(e proprio per questo solida) nel suo status quotidiano. Non più
una donna ma la Donna che racconta condizioni interiori.
Una viaggiatrice coraggiosa, autobiografica. Unartista. E
questo, almeno per oggi, può bastare al nostro sguardo.
Gianluca Marziani, 2005
I
personaggi femminili di Luisa Raffaelli abitano da soli, in stanze
sovrarredate organizzate come set eccessivi. Tutto si fa sgargiante,
mosso da neon e nastri che volteggiano nella notte. Sotto il lavoro
registico dell'artista la realtà viene selezionata, ricombinata
e in ultimo contraffatta:Le donne di Luisa Raffaelli non premono
sullo spazio ,non sono vincolate al tempo così come accade
nella realtà:A loro si aprono impercettibili possibilità
atletiche e di congelamento a mezz'aria .Vengono sospinte da venti
immaginari ,elettrificati e lentissimi.(
)Luisa Raffaelli si
muove tra le quinte della mise-en scéne ,protagonista
assoluta, soggetto e oggetto, dove l'aspetto performativo perde
però il carattere narcisistico e autoreferenziale,diventando
il corpo stesso soltanto una matrice per
descrivere l'intero sociale. Negli ultimi sviluppi della sua ricerca
sull'immagine, lavora attraverso una tecnica di fotopittura digitale
che punta sull'effetto iperreale e straniato della scena.
Prima dell'immagine definitiva, come di consueto, c'è un'interessante
fase preparatoria, la costruzione di un set tra cinematografico
e letterario in cui la figura femminile si muove in ambienti tra
reale e immaginario, spazi un tempo vuoti e oggi riempiti di elementi
che ne connotano ulteriormente la qualità narrativa.
Luca Beatrice, 2004
L'aspetto
ineffabile della comunicazione, l'idea che la parola sia la cifra
enigmatica dell'essere, assume nel lavoro installativo e fotografico
di Luisa Raffaelli una consistenza archetipale che, molto spesso,
affonda le sue radici nella matrice letteraria dei personaggi di
James Joyce. È ricorrente una figura femminile, che appare
nelle posture più diverse: sul fondo di un secchio, o imprigionata
dentro una bolla di plexiglas, sospesa nell'aria, o, ancora, sulla
superficie di una conca argentata, piena di acqua soffocante. Talora
il volto, ricoperto da una massa di capelli che ne impedisce la
riconoscibilità, sembra scrutare dentro una conca o in una
borsa, alla ricerca di qualcosa che forse neppure esiste. Le immagini
alludono all'ambiguità: sono evocative di uno stato afasico
della comunicazione, laddove la parola ha cessato di essere quel
che afferma Walter Benjamin, l'espressione dell'onnipotenza creativa
dell'uomo e, al contempo, sono avocative, nel senso che richiamano
a sè il bisogno di un recupero dell'equilibrio, se pure incerto,
tra l'uomo e il mondo.
Tiziana Conti, 2002
Fotografie,
installazioni, video. Un percorso, quello di Luisa Raffaelli, che
già nella pluralità dei media impiegati, sembra ambire
ad una sorta di moltiplicazione, di delirio, di onirismo immaginativo.
E' un'epica notturna dell'ambiguità e della metamorfosi,
quella che domina, qui, un po' come in "Finnegans Wake"
di Joyce: è il mito di una morte e di una rinascita universale,
che si impone e in cui ogni figura sta al posto di tutte le altre
e ogni regno (umano, vegetale, minerale) si confonde con tutti gli
altri.
Solo nel sogno (o nell'"appeal" pubblicitario), del resto,
gli ordini dell'universo si collegano, si fondono, si amalgamano:
le situazioni spazio-temporali si fanno fluide, i simboli ambigui,
i sensi deviati. Ed è su questa idea di immensa copulazione
di metamorfosi infinita, di libera associazione che la Raffaelli
mette in scena i suoi soggetti.
Figure, logicamente, che crescono oltre i loro ambiti istituzionali,
si dilatano, "si pervertono", come si può rilevare
nel lavoro Flying in the wind, dove un corpo femminile volteggia
nell'aria in mezzo all'involversi delle foglie, ma anche dove lo
stesso corpo introduce la nozione di incrinatura, di perdita, di
scacco: esso, infatti, pare faticare a liberarsi del suo peso, della
sua carnalità, tentare invano di farsi spazio, celeste transito,
denunciando come il suo trapasso rimanga sospeso, incompiuto. La
polivalenza lo possiede, ma, in qualche modo lo appesantisce, lo
opprime. In altre immagini (spesso titolate The fall) la figura
fa addirittura l'esperienza della caduta (della decadenza), conosce
la sconfitta di Icaro, la fine dell'avventura, la dissoluzione della
propria unità, in quanto "perde" letteralmente
la testa, il busto, l'essere intero, che rimane presente solo attraverso
un gioco metonimico (di oggetti usati come memoria di soggetti).
Se poi si passa ad indagare le installazioni in acetato, veri grovigli
di dettagli umani leggeri, inconsistenti, mobili, ci si accorge
che essi sono pure apparizioni spaziali, frammenti che risultano
fragili, labili, cedevoli, al punto che danno l'impressione di reclinarsi,
di piegarsi sotto lo sguardo, come cera sotto il fuoco.
E' il discorso delle apparenze che non tiene (o del segno che si
scioglie o anche della magia dell'artificio che si liquefa).
Eppure questa sfiducia nella inalterabilità e univocità
delle forme non rimane chiusa in se stessa, non si esaurisce nelle
semplice constatazione (o denuncia) di un mondo artificiale. La
Raffaelli impiega invece questa artificialità ("questa
privazione di corpo, di sostanzialità, di definibilità",
come la chiama lei), per suggerire un nuovo modo di guardare il
mondo: un mondo, appunto, rovesciato, impensato, se non addirittura
grottesco. E' come se la trasparenza (o lo squilibrio) delle immagini
non si fermasse nella propria dimensione di negatività, ma
aprisse verso l'oltre, la polidimensionalità del reale, le
sue infinite prospettive possibili.
Luigi Meneghelli, 2000
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